Aspetta
sì
scosto le tende
guardo.
Ascolta
la pioggia scende
come anima nobile
piano
dolcemente
sembra leccarsi il mondo.
Aspetta
sì
non t’allontanare ora che piove
ascoltiamoci
così
senza parole:
le ammucchieremo in qualche lato
-foglie secche, in disfarsi al sole-
forse
scricchiolando
sai?
le sentiremo rinvigorire
-tenue flebo d’amore-
sarà ancora
un fresco titillare
come questa nuda
pioggia d’aprile.
Freschi di venti: alberi. Soffusa luce.
Arpaserena goccia: argento migra
odorando di terra bagnata curva
la strada.
Arles, Nimes, Béziers...
Ora in segreto di bianco assorto modulato
poggiando alla collina, docile
un ramo si china a sposare l'aria.
Narbonne, Carcassonne, Perpignan...
Dallo specchietto retrovisore m'insegue senza polvere
tracce in clamore, vuota la via
il pensiero alla morte
rapido
viaggiare è follia
follia armonica... ( qui si dice che il giovedì non si parte
così, e non si vedono le carte
imbrattate dal fango della luna )
arida è la pena
lontano ogni istante
non più mio.
Flamma et sanguine
Gelide lische dell'io sepolte in una tana palustre
-che potrebbe anche essere la bara liquida di un nano-
Rossi fiori di fiamma serpeggiano sulla luna.
Notte di tregenda che arde senza spazio le mie ossa.
Mi sorgono provvisori archi d'asciutti venti.
-senza giustizia pronti ad acquattarsi nel profondo-
Un peana di brutti sogni mi separa dall'alba
metto l'occhio alla serratura.
Buio. Buio.
E' come un prurito di piccole mani che si agitano
furiose verso di me.
Nero su nero.
Uno stamparsi rabbioso di ore.
Si disintegrano sillabe a risalire code di comete
a frantumarsi e riconquistare flamma et sanguine
il tempo
per vivere.
Proprio la settimana scorsa su ParolArte, dove propongono sempre temi affascinanti, erano stati alcuni versi di Alda Merini ad ispirarmi, con questi saluto il suo passaggio al mistero , certa che il suo spirito poetico colmo di un dolente amore per la vita resterà per sempre a testimoniare lo splendore della sua anima tormentata.
la luce delle stelle.
Comprimono l'aria nei loro petti a espellerla
in clamori di cerchi ventosi sul finire del giorno
spento l'accavallarsi di frastuoni delle diurne ore.
E cantano.
frumento di luce e lacrime di usignoli
racchiusi dell'immensa cupola radiante galassie
di un universo stupito.
Spazi sospesi
Al sollevarsi d'ombre piegano i ginepri,
giorno inutile;
lasciasti cadere la tua luce dal costone
togliendo al mare spazi sospesi.
**********************************
Sex
Saliva mistargento ingoio
sabbia come un letto.
Piega l'onda il limite della battigia
al suo volere ingordo
luci piccole a fottersi le curve sinuose
del quieto golfo.
**********************
Forse è meglio aggiungere qualcosa,
non la presa di coscienza, non l'ultima vertigine
ma un maciullare secco di ogni ombra ( che forse non
c'era, ma si riproduce in tagli acuti:le tue spire
di blues cadute con la cenere a morsi
sul tappeto)
Dici:
altra musica che si brucia in una sola nota...
ascolta, la notte è in salita e sgomita
all'angolo di domande pruriginose,allora ci si scuote come
il cane le pulci e nel letto sale rumore che è poi
sonno
d'accordo
parliamo d'altro
immaginiamo di convivere con universi paralleli
distanti da ogni forma umana
con case di luce che illuminano a giorno la collina
ora che i tuoi spazzacamini acrobati hanno scopato
tutte le stelle conosciute
e forse anche di più
in un mischio di trito di foglie s'estende accorciandosi
il prato in discesa dei crocus gialli
lente si disgregano le crete
e nella voragine di pensieri dispari
s'annebbiano le stanze.
opposti velenosi si disperdono le note a fare bolle bianche sottacqua, graverebbero sulle ossa quelle rughe asimmetriche che ancora non mi esistono. Tu pensi che io vorrei sentirmi libera, consegnata alle pieghe soffuse sulla mia mano: - libera in una vela che passa - Mi lasceresti quindi svelare un pensiero che affonda? Vuoi che ti sia fiaba passando di corsa nel bosco degli Elfi sulla collina cintura d'api col loro blasfemo incasinarsi di miele graverebbe sui miei fianchi... per sentirmi libera in una vela che passa, tu pensi...
Qualche frana musicale è collassata per attizzare
se questa "cosa" fosse la morte
come hanno graffiato l’aurora le tue unghie di stelle lasciando un segno oltre la nuvolaglia gibbosa le indovino una a una splendenti in strie maligne di sangue. In quell’incertezza astratta che a volte impedisce di gustare il giorno viaggia a sbieco umidore di nebbia si traspare dal vetro che mi specchia: fantasma ironico dolente assorto in qualche anfratto giovane della mente nel guardarsi e non potersi toccare immateriale ,( sia pur di carne ) afrore di luce radente e gialla al fosforo del lampione che ciambrotta tra le foglie aritmiche del pioppo. So, oh, ben so che mi riapproprierò dell’aspetto presente riannodando un giorno che non si spegne, ripiegando a riporre negli stipi con mazzetti di lavanda la vecchia veste oltre il confine che a cerchi si richiude e vi converge.
Guarda
Calma di luna nella notte stellata busserà al balcone:
-le aprirà una fata?-
non so
perchè tanto mi ci cascano gli occhi lì accanto quando il dolore
attraversa il fianco, è una lama uncinata
e si fa paranoico il bisbiglio sminuzzato in pianto
trascritto umido sulle labbra
i tuoi abissi risalgo dove scivolai cadendo in rivoli astratti,
ci si spengono le stelle senza neanche una virgola di sussulto
a ingoiarsi quelle parole indossate a pariglia:
calze autoreggenti a lutto tirate su di nascosto.
In questa notte di neve quante stelle in bilico negli occhi
soffi di nubi trasparenti le dirottano a farsi tardi in un gioco
a perdersi sonvolgendo il ritmo calmo dell'universo
sospirare è cosa breve.
Mi raggiungono le tue parole, libellule a mezz'aria ruotanti
distratta invano dal pensiero che ti cerca e che ti piange
entro nuda nel gelo che intera mi possiede
e blocca il rosso scorrere del sangue. Piangere, allora...
oh, piangere è cosa grande.
Insiste diafana la pioggia sopra il fiume è lacrima sui girasoli addormentati, con la sua bella veste rossa passa di saggina, infondo alla palude. Chi l’ha vista passare dice che sorrideva come sorride la morte aveva la falce nello sguardo e segava ogni fiore. Nella sua stanza dove non battevano le ore, alla notte sprangava le porte. Quella sua stanza di incubi lievi a prova di cieli con gl’ingressi spalancati solo a cavalli di nuvole. L’han vista un giorno consumarsi i passi nel pianto, nel gorgo di Pian di Croce arrese la sua vita : braccia fluttuanti di piume e il cielo si è lacerato. Ma ancora c’è chi la vede passare quando insiste diafana la pioggia sopra il fiume e si fa lacrima sui girasoli addormentati con la sua bella veste rossa s’apre un varco di luce –stretta alla sua pazzia- fra i ventagli gialli di saggina infondo alla palude.

Finge la purezza che certe immagini a scolpirsi nella mente facciano fatica a muoversi. ( Aracnide nuda tesseva, tesseva la tela sua vischiosa, adescava mosche che poi suggeva.) Era come un cantare sommerso in arenaria scura battiti che fuggivano alto verso la scalinata estrema. Cento stelle sfriggiolavano luce a intermittenza sotto al cielo perduto d’Orléans lieve si levava dalle braci replicando al sole nel suo grande periplo che sorgeva Lei: riluceva di più.
Milla Jovovich magnifica interprete della Jehanne di Luc Besson

ed ancora una affascinante Ingrid Bergman è la Pulzella d'Orléans nel film diretto da Victor Fleming
Ben oltre il sopravvivere Ben oltre il sopravvivere a quest’isola di pensiero da un fragile mare di carne leccata è pace di nebbie rossastre fermarsi a meditare. Cresce candore di vele intorno ( o sono nubi di cotone? ) si dondolicchiano nella rada dei sogni labili farfalle di luna a inargentarsi intrecciandosi contro l’ alba lontana. Mi piego a bermi il cielo in sorsi scuri, labbra a cercare purezze d’eterno oltre ben oltre il sopravvivere a quest’isola di pensiero leccata da un fragile mare di carne dolente tempestoso.
Lei: amore non amore.
Scricchiola di luce la luna nuova sbirciata distratta dai recessi d'aria in vortice al balcone soffi gelidi nell'animo, sconfitta e baratro, lei amore non amore. Giorni mutevoli a passarci in sbieco con le pagliuzze d'oro del veleno dentro agli occhi, a circuire parole che se le ascolti bene ti si sbriciolano addosso tutte allora si cambia lingua esorcizzando i vari punti di non ritorno ritmati sull'ambra delle cosce o sul corpetto rosso nel gesto delle ore sovrapposte, lei amore non amore.
Battevano collera dolce lenti rintocchi al mezzo della notte farfalle d'argento su acqua che non c'era ma gorgheggiava di paura a dibattersi fra incanti vuoti da versarci lacrime via cavo, lei amore non amore come Ofelia a lasciare la vita in uno stagno per un principe che neanche sapeva quello che voleva - anche se lo voleva! - sotto un falso cielo di cartone con tutti buchi asciutti intorno oppure solo sangue dagli occhi.
Far quadrare in questo mondo il circolo del tempo certo che si può: anche se c'è un imbroglio...e mi dico che senz'altro c'è.
Riordinarlo nell'armadio senza naftalina ( che puzzerebbe, sennò ) o parcheggiarlo sotto casa al riparo da quest'afa micidiale sotto l'albero del tiglio e dipingergli strisce d'oro- che certo nel codice stradale non ci sono- chiedergli d'aspettare ( se lo volesse fare ) ma temo di no. Gli darei un consiglio - e si fa paranoico questo strano bisbiglio- di farsi vedere di tanto in tanto - non sbeffeggiando- dall'orologio a cucù.
Lo sento seccarmisi dentro o sulle palpebre sbadigliarmi ( allora non lo sopporto più ) gli dico che vorrei al mittente restituirlo, per fermo posta anonimosuperapido ma poi mi chiedo sgomenta: il mittente, chi è? Forse per questo lo scaglio immemore nello sfondo dello specchio e lo riconosco al baffo è Satanasso! - ma forse non lo è- Chi sara' mai allora che danza la gavotta sulla pianola mi fa uno sberleffo e sulla porta si ferma a sghimbescio? E' sempre lui: il tempo. II tempo che passa non passando che cresce diminuendo, per accorgerti poi che infondo non puoi che lasciarlo scorrere -anche senza volerlo- per consumarlo tutto. Tutto fino a che non ne hai più
E' un progredire di secoli dall'eterno Re dei globi e dei numeri pari - ogni giorno l'inizio del mondo - per questo camminiamo uniti nell'ansimo dei pianeti di rame.
Fragili creature disperse nel sacco uterino universale, succhiamo scelte e talismani da un passato di usignoli.
Feti mai nati n attesa di un alba di millenni intravista sui libri di testo condivisi, mentre la porta a vetri si sbatteva sulla terrazza rossa a specchiarsi sul fiume portando i nostri occhi a guardare gatti fare equilibrismi sui tetti o un barbone ciabattare sull'assolato marciapiede
le mani libere dalla paura s'intrecciavano, allora sorridendo e l'oscillarsi dei gerani si cricchiava più forte più forte come un grillo d'amore nel cervello - più forte pulsava il sangue nell'intreccio azzurro delle vene sui polsi: di brezza lieve, di risa, d'ori e di coralli
più forte.
...per quanto io apra gli occhi e mi copra sento pulsare intermittente il seme nero della pioggia che schizza a goccioloni cupi.
...per quanto ascolti indolente e senza riparo provo a uscirmi -lucignolo fumoso di candela consunta spenta- ( mando acre odore di morte ) ...e per quanto mi ricopra gli occhi vedo urlare navi dalle vele irte come il pelo di gatti randagi furiosi ( le origini dei ricordi, navigano cigolando in quei mari tempestosi. )

e mi sia dolce amarti piaga irrisolta in curva minore.
( è che nel vivere mi sperdo...)
che mi sia dunque vento intriso di seme e mi sia insulto ogni parola che in equilibrio mi regge e mi s'affissa al capo di verde.
Gustav Klimt -Il bacio- particolare-
arso territorio ora che è in secca : tremore gialliccio a stringersi in raccogliere l'ultime scorte : spigolature a corvi, calati d'alti stridi dalle sbrecciate rocche. ( vai quindi a capire perchè petulanti escono alle mani lente orlature di rose strette in bocci carnosi ancora chiusi ) Stranito il nesso causa-effetto alla vita incurvato e intatto fuoriuscito a giorni clorosi. Triplice sole all'orizzonte scaraventava la nebbiolina di FataMorgana nel tartrato di morfina al centro di occhi legnosi o di salci aranciatirossi esplosi che furono dall'inverno scheletriti, sospesi come fuochi o come immoti gridi.
C'è un domandarsi antico nell'incrociarsi paroleocchi alla palude
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